Buongiorno Filippo e ben trovato. Le chiedo: anche se non ci ha mai giocato, qual è il suo rapporto o quali sono le esperienze che ha avuto con il calcio dilettantistico?

No, non è vero che non ci ho mai giocato. L’anno prima di andare nel settore giovanile del Milan ho giocato per una stagione in Prima Categoria, nella squadra del mio paese a Villasanta, vicino a Monza. Avevo il permesso firmato dai miei genitori perché allora non si poteva giocare sotto i 16 anni.
Il mio rapporto con il dilettantismo è un rapporto buono, positivo. È chiaro che i club dilettantistici sono un po’ la linfa vitale anche di quelli professionistici perché quando si fa scouting o si cercano giovani talenti, spesso si passa per i campi di provincia. Anzi, certe volte per professionalità o preparazione alcuni ambienti dilettantistici sono superiori rispetto a quelli professionistici.

 

Secondo lei, al giorno d’oggi, il calcio dilettantistico è sottovalutato o comunque non gli viene data l’importanza che meriterebbe?

Potrebbe essere valorizzato meglio e gli potrebbe essere dato più spazio. Il calcio dilettantistico è molto legato alla territorialità e credo sia un dovere e anche un diritto dargli più spazio e supporto, a partire dalle amministrazioni comunali.
È chiaro che poi questo supporto deve essere meritato e indirizzato nella maniera giusta: noi pensiamo che il dilettantismo riguardi soprattutto aspetti sociali, il che è vero, ma ciò che principalmente attrae le famiglie e gli iscritti è che si possa dare formazione e prestigio ai calciatori. Più qualità c’è e più ne beneficerà anche il club.

 

Da dirigente, qual è il metodo per riconoscere il talento, dove lo si cerca e quali strategie si utilizzano per incentivarlo?

Questa è una domanda che chiede giorni di risposte (ride, ndr). No, un metodo non c’è, però parte tutto dall’osservazione del giovane calciatore o della giovane calciatrice in campo e nel gioco, solo così si scopre se può essere davvero futuribile.
Il problema è che spesso, dopo aver individuato il giovane talento, lo alleniamo e, allenandolo, lo togliamo dal gioco perché gli facciamo fare cose superflue.
Dopodiché ci sono scout che hanno una grande abilità nello scovare giovani calciatori promettenti, ma nessuno ha la sfera di cristallo.

 

Per due anni ha allenato la squadra primavera del Milan. Da vincente e uomo di sport, quali sono le cose e i valori che si insegnano e si cercano di trasmettere ai ragazzi per farli crescere con un obiettivo (diventare calciatori professionisti), renderli determinati ma senza farli montare troppo la testa?

L’engagement con il giovane calciatore e le famiglie è quello tecnico: noi dobbiamo offrire loro la possibilità di migliorare e dobbiamo metterli nelle condizioni migliore per farlo.
È sul come che poi si parla dello stile di gioco, che tipo di allenamento e allora lì subentrano gli aspetti valoriali.

 

Mattia Dallaturca